Venite al tempio sacro delle vergini
dove più grato è il bosco e sulle are
fuma l’incenso.
Qui fresca l’acqua mormora tra i rami
dei meli: il luogo è all’ombra di roseti,
dallo stormire delle foglie nasce
profonda quiete.
Qui il prato ove meriggiano i cavalli
è tutto fiori della primavera,
e gli aneti vi odorano soavi.
E qui con impeto, dominatrice,
versa Afrodite nelle tazze d’oro
chiaro vino celeste con la gioia[1].
Saffo, Invito all’Erano
È con una lirica di Saffo che ho il piacere di introdurre alcune riflessioni sul contributo di Giuseppina Bonaparte nella storia europea della rosa. Una “Mecenate dei fiori”, il cui amore per le rose è stato foriero di sviluppi importanti per i decenni a venire, in particolare per l’impulso dato alla sperimentazione e alla creazione di nuove cultivar, ossia di nuove varietà nate dalla mescolanza dei caratteri genetici delle oltre duecento rose esistenti nel giardino della Malmaison, fatte arrivare da tutto il mondo, molte delle quali rare o inesistenti in Europa. Alla creazione del giardino – che comprendeva, oltre al roseto, moltissime piante, anche esotiche e tropicali – Giuseppina si dedicò nell’ultima parte della sua vita, dal 1799 – quando acquistò il Castello con il grande parco annesso – fino al 1814, anno della sua morte. È probabile che il giardino, creato dalle migliori maestranze del tempo, le fu di conforto quando ella, abituata ad essere al centro del mondo e della vita di Napoleone Bonaparte, era definitivamente uscita di scena a seguito dell’annullamento del suo matrimonio, per l’impossibilità di dare un erede al consorte e alla nazione.
Così come vi furono donne – nel suo tempo e in tutti i tempi – che proteggevano e favorivano le arti e gli artisti, le lettere e i letterati, ve ne furono pure di quelle che protessero, tutelarono e favorirono la bellezza offerta dalla natura e sapientemente combinata, ricercata e ricreata dall’ingegno umano, mescolando colori, profumi e forme nella tavolozza botanica, per godere di una gioia interiore, generatrice di quella “cultura dei fiori”[2], comune all’umanità intera, con poche eccezioni, in ogni tempo e luogo. Ciò che ci spinge a coltivare un giardino non è, infatti, la sua funzionalità, il suo utilizzo atto a soddisfare un bisogno fisico, come il bere o il mangiare. La bellezza della natura, che ha in sé il divino, è sì nutrimento, ma dell’anima.
In tempi recenti, sono emersi su più fronti i risvolti e le implicazioni terapeutiche e benefiche delle attività a contatto con il calmo e sobrio mondo vegetale: la coltivazione dei fiori, di un orto, la cura delle piante. Entrare in una relazione attiva con il mondo naturale implica una buona dose di lavoro fisico – a cui ci siamo sempre di più disabituati nella moderna rarefazione della corporeità – e tale fatica fisica è un toccasana per la mente perché la libera da pensieri negativi, ansie e turbamenti. Il tempo trascorso all’aria aperta, inoltre, nella sua caleidoscopica variazione di temperature e umori, miti, bollenti o pungenti, ci fortifica e ci rende meno soggetti ai piccoli e grandi malanni di stagione.
La relazione con le piante permette di fare esperienza e di apprendere virtù come la pazienza, che è attesa preparatoria, e la serenità interiore o tranquillità dell’animo. E, soprattutto, ci dà occasione di vivere il sentimento della gratitudine. La bellezza della natura non è scontata, né data una volta per tutte, così come non è scontato vivere circondati da fiori che sbocciano e rose che profumano. Ciò non è idilliaco, o meglio, lo è solo per quei brevi momenti in cui la bellezza ci procura gioia per il semplice fatto che essa esiste e che noi abbiamo contribuito alla sua esistenza e ce ne prendiamo cura. Tutto il resto è fatica, sacrificio. Un giardino è anche e soprattutto questo: cura, impegno e dedizione. Un giardino va coltivato e custodito. È importante sottolineare questo lato difficile, impegnativo, sacrificante, necessario all’ottenimento della bellezza dei nostri giardini. Le imprese davvero belle, quelle che non procurano un’ebbrezza momentanea ma una gioia duratura, non sono mai facili e veloci, e la strada percorsa non è mai in discesa o priva di ostacoli. È come la lotta per il raggiungimento della bellezza morale, di quella che avvicina la nostra anima a Dio – per riportarla al giardino divino a cui appartiene. La lotta è ardua, ed è costellata da eventi dolorosi; richiede impegno, dedizione e sacrificio, e comporta molte cadute e ferite, come ricordano i graffi e i tagli che procurano le spine delle rose. È per questo che non è la stessa cosa far fare ad altri il lavoro più duro e tenere per noi solo lo spettacolo finale, l’armonia e la bellezza. Il godimento sarà in quel caso superficiale, solo esteriore, vanitoso, e per nulla trasformativo. Come diceva un filosofo che amo molto, a nulla vale il risultato senza il processo che lo ha prodotto.
- Il giardino e la donna
Quando Dio creò l’uomo lo mise in Paradiso e il Paradiso era un giardino. Dio stesso amava passeggiare nel giardino di Eden alla brezza del giorno:
«Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare […] Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse»[3].
Ma più che dell’uomo, il giardino è “la patria naturale della donna”, dall’inizio del mondo, come ci ricorda il filosofo Abelardo, divenuto monaco e abate del monastero da lui fondato e dedicato al Paracleto, in una delle lettere alla sua Eloisa, quando lontano era anche solo il ricordo del loro amore. Adamo non nasce in Paradiso, Eva sì.
Dio creò l’uomo e lo pose in Eden. E poi là, nel Giardino, dopo aver creato bestie selvatiche e uccelli, senza che l’uomo trovasse un aiuto che gli fosse simile:
«Il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo».[4]
Scrive Abelardo[5]:
«Se ritorniamo indietro nel tempo, all’inizio stesso del mondo, sono evidenti i grandi benefici che la grazia divina ha concesso alle donne, alla loro dignità. Per prima cosa, la creazione della donna eccelle su quella dell’uomo per la sua particolare dignità: la donna infatti fu creata all’interno del Paradiso, l’uomo, al di fuori. Questo sia di ammonimento per le donne e le spinga a riflettere con attenzione su come il giardino dell’Eden sia la loro patria naturale. Per questo Ambrogio dice nel libro De Paradiso: “E Dio prese l’uomo che aveva creato e lo pose in Paradiso… Vedi quindi che fu preso che già esisteva…ed Egli lo mise nell’Eden. Rifletti allora sul fatto che l’uomo fu creato fuori dal Paradiso e la donna invece al suo interno […]”».
- Marie-Josèphe-Rose de Tascher de La Pagerie ovvero Giuseppina Bonaparte
I posteri, oggi, la esaltano per l’eleganza e il gusto sopraffino. Nasce con lei lo stile impero, una rivoluzione del costume. Regina dei salotti, detterà la moda a inizio Ottocento influenzando il gusto delle corti europee. Da imperatrice, nelle cerimonie ufficiali, indossa seta, velluto e broccato, ma si fa ritrarre anche in mussola e scialli di cashmere. Non si possono tacere i gioielli: il suo scrigno era il più importante d’Europa, con otto grandi parures di diamanti e una magnifica collezione di cammei. I gioielli, divisi tra i due figli, li ritroviamo ancora, ai nostri giorni, a ornare il capo dei reali scandinavi: sono di Giuseppina il diadema di smeraldi indossato dalla regina di Norvegia e la corona di cammei della principessa Vittoria, erede al trono svedese.
La sua passione per la botanica è all’origine del favoloso giardino della Malmaison, realizzato nel parco del castello. Lavorano alla sua realizzazione botanici, orticultori e paesaggisti britannici (tra cui il direttore dei giardini botanici reali) e francesi, come André Dupont: fu proprio lui a suggerire la creazione di un giardino di rose, destinato ad ospitare varietà rare, provenienti da tutto il mondo. Per favorire la passione botanica della consorte, Napoleone emanò dei permessi speciali che aggiravano il blocco commerciale imposto all’Inghilterra e le permisero così di acquistare rose provenienti dalla Cina, le quali giungevano in Inghilterra sulle navi della Compagnia delle Indie, adibita principalmente al trasporto di tè. Anche gli eserciti di Napoleone avevano l’ordine di inviare le rose, ovunque si trovassero.
La collezione è notevole: siamo all’inizio dell’Ottocento e il Roseto della Malmaison conta oltre duecento varietà di rose. Viene probabilmente qui isolata la prima rosa tea. Sempre Dupont iniziò gli esperimenti che portarono alla creazione delle prime cultivar, varietà ottenute incrociando intenzionalmente rose diverse. L’attività fu proseguita dai suoi collaboratori nei decenni successivi alla morte di Giuseppina. L’influenza fu notevole su molti giovani dell’epoca, tra cui ricordiamo Vibert, soldato dell’esercito napoleonico, coltivatore e vivaista, creatore di rose straordinarie, presenti nei nostri giardini e nei roseti di tutta Europa.
Il giardino della Malmaison, già in stato di abbandono dopo la scomparsa di Giuseppina, venne completamente distrutto nel 1870 durante la guerra franco-prussiana. Nel 1844, in occasione del trentesimo anniversario della morte di Giuseppina, venne creata in sua memoria la rosa “Souvenir de la Malmaison”, che possiamo ancora oggi coltivare e ammirare, un capolavoro che ricorda degnamente il giardino della Malmaison.
Ricordiamo Giuseppina come la ritrae Robert Lefebre nel 1805, nelle vesti ufficiali di imperatrice, con accanto un grande vaso di fiori e la mano su un libro, che probabilmente allude a uno dei compendi utilizzati per far conoscere le piante rare coltivate alla Malmaison e dipinte dal “Raffaello dei fiori”, già maestro di disegno alla corte di Maria Antonietta, il pittore Pierre-Joseph Redouté, campione insuperato di una pittura floreale in grado di sposare accuratezza botanica ed eccellenza estetica, autore dell’intramontabile libro Les Roses, con 168 figure di rose, 75-80 delle quali erano cresciute alla Malmaison. La sua opera costituisce un’istantanea del mondo delle rose all’inizio dell’Ottocento. Oltre a molte delle specie più note, figurano rose rare o varietà oggi estinte. Grazie a lui quel giardino, ormai scomparso, vive ancora nella memoria dell’arte consegnata ai posteri.
Conferenza per la manifestazione “Rose, Orti e Giardini”- Foggia, 12 aprile 2026
[1] Saffo, Liriche e frammenti, trad. di Salvatore Quasimodo, Feltrinelli, Milano 2008.
[2] Jack Goody, La cultura dei fiori, Einaudi, Torino 1993.
[3] Genesi 2, 8-15.
[4] Genesi 2, 21-22.
[5] Pietro Abelardo, Lettere di Abelardo ed Eloisa, Bur, Milano 2007, p. 391.
